Carla Acciarri, ricercatrice sambenedettese, racconta il lockdown a Milano – di Fania Pozielli

Carla VS Coronavirus: la ricercatrice Carla Acciarri racconta il Lockdown a Milano

Carla Acciarri

Incontrare Carla, giovane biologa tirocinante all’Ospedale Sacco di Milano e membro dello staff che ha isolato il ceppo “italico” del Covid 19, è come scoprire che una ragazza, che conosci da sempre, entri in una cabina telefonica e ne esca vestita da Wonder Woman. Faccio fatica ad inquadrarla sotto un camice da laboratorio, quando ho ancora così presente la bimba esile nel grembiulino delle Suore Concezioniste. Carla Acciarri, è una sambenedettese doc, una che ha espresso tenacia e capacità in un percorso di studi netto e pieno di soddisfazioni. Si è diplomata all’IPSIA di San Benedetto con risultati eccellenti ed ha proseguito i suoi studi universitari, laureandosi all’Ateneo di Ancona e proseguendo con la specialistica a Milano dove sta completando il suo iter di futura scienziata all’Ospedale  Sacco, perennemente sotto i riflettori nel periodo della pandemia. E’ una ragazza vivace, creativa, niente di più lontano dallo stereotipo che molti di noi hanno della compassata analista di laboratorio: in lei convivono in maniera armonica l’impegno serissimo e complesso in ambito scientifico ed i  suoi numerosi talenti ed interessi in campo artistico.

Spiegaci in breve quale ruolo ricopri all’interno dello staff del “Sacco” e a quali risultati siete giunti in questi mesi.

Quando è stato identificato il primo caso italiano, il paziente di Codogno, noi già lavoravamo  da qualche settimana sui genomi del virus, che circolavano in Cina a quel tempo. Tuttavia, eravamo già preparati ad un probabile ingresso in Italia, anche se non ci aspettavamo una epidemia di tale portata. Ricordo bene il giorno in cui arrivarono i primi campioni in laboratorio, eravamo eccitati per avere qualcosa di nuovo fra le mani da studiare, ma anche spaventati in quanto in quel periodo non sapevamo ancora bene come comportarci. Abbiamo cominciato a lavorare senza sosta, anche fino a tarda sera e nel weekend, per isolare il virus. Abbiamo subito adottato le misure di sicurezza necessarie per evitare contagi “professionali”, motivo per cui i miei superiori hanno deciso inizialmente di non farci lavorare direttamente a contatto col virus. Isolare un virus significa essenzialmente prelevarlo da un campione biologico da paziente infetto e farlo vivere e replicare all’interno di cellule di coltura in laboratorio. Il giorno in cui abbiamo scoperto che l’isolamento era veramente avvenuto siamo stati davvero contenti, dopo tanto lavoro e fatica.  Successivamente ci sono stati molti progetti, fra lo studio di farmaci e l’analisi del genoma del virus dei nostri pazienti. Molti di questi progetti sono all’attivo ancora oggi, quindi c’è ancora molto lavoro da fare per conoscere questo virus!

Per una ragazza di 25 anni , prossima alla laurea, cosa vuol dire lavorare in un clima così impegnativo, costantemente sotto i riflettori, quanto hai sentito il peso dell’esito di questa ricerca così importante per tutti noi?

A volte è stato difficile psicologicamente ma da futura scienziata quando c’è bisogno di te, metti davanti a tutto il bene degli altri. Ho sempre lavorato con gioia nonostante la pressione, anche perché ho scelto questa strada  tantissimi anni fa ed è davvero quello che voglio fare nella vita. Subito dopo l’isolamento eravamo tempestati di chiamate fra giornali e TV e a volte era difficile anche lavorare, purtroppo. Spero solo che i media non si dimentichino della ricerca quando l’epidemia sarà finita.

La tua vita a Milano  ai tempi del Coronavirus, c’è stato un momento in cui ti ha sfiorato il desiderio di mollare tutto e di tornare dalla tua amorosa e splendida famiglia?

Stare da sola è stato difficile, sarebbe stato bello avere qualcuno ad attenderti a casa  dopo quelle lunghe giornate di lavoro. Sinceramente, quando hanno annunciato il blocco dei mezzi non ho pensato di tornare a casa, mi sono più preoccupata di non avere i mezzi per andare al lavoro, in quanto sapevo di essere molto più utile lì che a casa mia. L’ho fatto anche perché, vivendo nella regione più colpita, avrei potuto mettere in pericolo la salute dei miei cari, ed era l’ultima cosa che volevo.

L’esperienza, il momento, la lezione che più ti ha segnato in questo periodo, e che influenzerà in un modo o nell’altro il tuo percorso di studi, raccontaci, se vuoi, l’episodio che racconterai un giorno ai tuoi figli.

Tutto questo mi ha ricordato che, per quanto possiamo essere evoluti, la natura ci stupisce sempre. Tuttavia la cosa più bella per uno scienziato è osservare come nel corso degli anni la conoscenza e la tecnologia migliorino, basti pensare che per isolare il virus della SARS ci vollero 2 mesi,  con il SARS-COV-2 abbiamo impiegato solo due settimane. Racconterò ai miei figli di come eravamo buffi nelle tute di protezione, dello spavento che avevo a girare in una città deserta, di quanto è stato bello poter abbracciare i miei colleghi dopo tanti mesi di saluti da lontano o di “batticinque” dati con i gomiti.

I rapporti umani: cosa è cambiato negli affetti e cosa, in positivo ed in negativo è rimasto invariato.

Ho visto la mia famiglia e i miei amici molto preoccupati, tuttavia mi hanno sempre sostenuto. Tanti mesi di solitudine ti fanno diventare una sorta di macchina da guerra che si “stracarica” di lavoro senza pensare ad altro. Però è bastato tornare dopo tanti mesi a casa per ritornare la solita persona di sempre,  circondata dall’affetto delle persone a me più care.

Milano e San Benedetto: dopo questa esperienza hai già scelto dove vuoi progettare il tuo futuro?

Mi piacerebbe molto tornare nella mia città, penso che il nostro territorio abbia molto da offrire a noi giovani, se gestito bene. E’ triste veder scappare tutti perché non si ha la possibilità di fare il lavoro che si desidera. Siamo giovani e possiamo cambiare questa situazione, altrimenti rischiamo solo di perdere delle grandi menti; tuttavia abbiamo bisogno di una grande mano dalla generazione antecedente la nostra, che deve aiutarci a costruire un futuro migliore.

Parlaci delle tue passioni al di fuori del mondo medico: so del tuo amore per l’universo dei cosplayer, della tua abilità manuale nel cucito e nella decorazione e del tuo raffinato senso artistico, mi incuriosisce la convivenza di due “anime” così diverse: raziocinio e talento artistico…  

Nonostante la mia più grande passione sia la scienza, mi piace creare oggetti e abiti. Questa creatività mi è stata trasmessa da due grandi donne: mia madre e mia nonna. Il creare mi distoglie dalla razionalità che guida la mia vita e mi piace molto vedere la nascita di accessori dal materiale grezzo. Più colore e creatività c’è nella vita, più si è felici!

Un’ultima domanda alla biologa: come pensi evolverà la situazione della pandemia? Sei ottimista o hai dei timori per il prossimo autunno? Hai un consiglio, specie per i ragazzi in età scolare, su come affrontare in maniera corretta il ritorno sui banchi ormai prossimo?

Purtroppo, ultimamente  sto notando molta irresponsabilità da parte della popolazione, pensano sia tutto finito quando in verità non è così. Ad oggi ci sono centinaia di nuovi contagi al giorno e anche, se al momento  i pazienti gravi sono meno che nei mesi passati, questo non significa che siamo arrivati al traguardo. Con l’avvento dell’autunno tornerà anche l’influenza stagionale e la concomitante presenza del coronavirus non renderà le cose semplici. Basta fidarsi della scienza e seguire le indicazioni che ci danno per proteggere noi stessi e gli altri. Solo in questo modo potremo evitare un secondo lockdown. Il problema è il non poter contare su una immunità di gregge, quindi bisogna aspettare l’arrivo  di un vaccino efficace e duraturo. Per quanto riguarda i ragazzi in età scolare, è una situazione complicata. Nonostante il virus sembri colpire meno violentemente i giovani, non bisogna dimenticare che questi possono essere fonte di contagio per i propri familiari più anziani. Non so quale possa essere la modalità migliore per la ripresa delle lezioni, forse la didattica a distanza per i primi mesi potrebbe essere la scelta più sicura, anche se più impegnativa soprattutto per i più giovani.

Starei ancora ore a parlare con lei, ma Carla ha una vita intensa, fruttuosa e piena di impegni e non la voglio distogliere ulteriormente, mi congedo con un po’ di commozione e di ammirazione dal display che mi mostra, ancora per qualche secondo, questi furbi, intensi occhi chiari e  questo sorriso pulito e disarmante. Grazie Carla, orgoglio sambenedettese.

Fania Pozielli

“Con gli occhi asciutti”: Carolina Orlandi racconta la storia di David Rossi -di Fania Pozielli

Parlare di Carolina Orlandi e del suo libro “Se tu potessi vedermi ora”, dopo che di questa vicenda si sono occupate tutte le testate giornalistiche nazionali ed i programmi televisivi più seguiti (Report, le Iene, Quarto Grado) non è semplice. Ho fortemente voluto questo incontro, organizzato dall’associazione “I luoghi della scrittura” di San Benedetto del Tronto, che si è svolto il 12 luglio della scorsa estate, all’interno della rassegna “Incontri con l’Autore”. Perché rispondeva a tutte le domande che mi pongo all’interno di questo blog: chi sono i giovani d’esempio oggi? Quali sono le loro priorità per il futuro? Quali e quanti contributi positivi ci regalano ed offrono ai nostri ragazzi? Quando Mimmo Minuto mi ha proposto di coordinare la presentazione del  libro della Orlandi al Circolo Nautico Sambenedettese ne sono stata entusiasta ed onorata: la testimonianza di Carolina mi aveva regalato emozioni, offerto risposte intorno al criptico mondo della finanza e smosso certezze acquisite. Incontrarla è stata un’ulteriore, bella esperienza: Carolina Orlandi ha 26 anni, nata e cresciuta a Siena, è laureata in comunicazione, lingue e culture ed è diplomata nel college di reporting alla scuola Holden. Vista “da vicino” è una ragazza splendida, piena di vita, curiosa ed entusiasta. Nel tragitto in auto che ci portava al Circolo Nautico, mi ha colpita la sua genuina meraviglia di fronte alla bellezza del nostro lungomare e il suo apprezzare le cose semplici come la buona cucina ed il buon vino; la vicenda che l’ha segnata non ha scalfito la sua gioia di vivere che traspare dallo scintillio dei suoi magnifici occhi verdi. Una giovane donna positiva con un affascinante mondo interiore composto da una solida cultura ed un’abitudine all’arte costruita insieme ad una famiglia che ha saputo coltivare e consolidare i suoi innumerevoli talenti. Il suo racconto è impreziosito da numerose citazioni di pregevoli opere letterarie, prima fra tutte l’Antologia di Spoon River di Lee Masters, ma anche di suggestioni che arrivano da una conoscenza non superficiale della musica e delle arti visive. Proprio per questo il ricordo di David Rossi assume un valore altissimo; quest’uomo, esperto d’arte e di letteratura, “prestato” al settore comunicazioni del Monte dei Paschi di Siena,

viene travolto e schiacciato da una realtà che non gli appartiene; il suo talento è stato quello, tra gli altri, di curare l’educazione di una ragazza che gli renderà merito e che non permetterà che il suo dramma umano venga dimenticato. Mi sono sentita piccolissima di fronte al  coraggio ed alla  dignità di questa ventenne che affronta a voce alta e senza paura i poteri forti; ferma di fronte agli interrogatori delle Forze dell’Ordine quando pone domande scomode, pretende chiarezza ed invoca fondamentali diritti. La vicenda, in breve, è nota a tutti: David Rossi, responsabile dell’Area Comunicazioni del Monte Paschi Siena muore, apparentemente suicida, la sera del 6 marzo 2013, cadendo dalla finestra del suo ufficio. Rimane vivo per circa 20 minuti sul selciato del vicolo sottostante, sotto gli  occhi impietosi della telecamera ivi posta. Carolina è, all’epoca, una studentessa, una ragazza normale con una vita scandita dallo studio e dalle passioni (la musica, il giornalismo, la letteratura) che David, il suo padre acquisito, sa così bene alimentare ed incentivare. L’aspetto della sua reazione umana più stupefacente è che Carolina riesce a non perdere l’equilibrio: sostiene con una forza inusuale la madre, provata e con un serio problema di salute; non si fa intimidire né dalle divise né dalle faraoniche scrivanie pretendendo chiarezza e sollecitando risposte. Il suo cruccio più amaro è, che allo stato attuale, gli unici che abbiano subito conseguenze legali siano stati sua madre ed il suo avvocato per le dichiarazioni “diffamatorie” rilasciate. Ho affrontato personalmente, nello scrivere, situazioni dove ho avuto il pudore, il timore di mettere “su carta” affermazioni, convinzioni, fatti vissuti, senza peraltro che questi eventi potessero procurarmi più che una critica o al massimo una querela; sono grata a questa giovane, capace scrittrice per questa testimonianza che rappresenta una prova di coraggio e determinazione non usuali, in un mondo dove la regola è allinearsi, uniformarsi.   Spesso si dipingono i giovani come inerti e, dove le motivazioni a “LASCIAR  PERDERE” a “PENSARE ALLA SALUTE”  sarebbero state più che sufficienti, Carolina ha destato la mia ammirazione come un Davide contro Golia. Esemplare anche per la scelta di raccontarsi “con gli occhi asciutti” senza cedere alla tentazione di drammatizzare ed emozionare. La sua competenza di autrice esordiente è stata soprattutto questa; raggiungere l’anima del lettore senza passare attraverso facili slogan. La realtà, con minuzioso realismo, non ha bisogno di ”essere caricata di foschi colori”, questo quadro è già drammatico ed impressionante così com’è e ci induce a riflessioni sul nostro tempo che non possono non turbarci e a non farci  temere per il futuro nostro e dei nostri figli.